Frati in cammino - YouTube

sabato 6 aprile 2013

In cammino con il Risorto !!!


Nello stupore ancora vivo della scelta del nome Francesco del nuovo papa, la nostra comunità entra nel triduo pasquale dopo aver vissuto gli esercizi  spirituali dal 22 al 27 Marzo predicati da fr. Giancarlo Corsini presso la casa delle suore della Sacra Famiglia a Spoleto, riflettendo sulla minorità.
Durante questo tempo ciascuno ha potuto vivere lasciandosiraggiungere da Dio e ripensare la propria chiamata seguendo la scia degli esempi di minorità proposti dal predicatore: dai personaggi biblici alle figure di santi e di persone a noi vicine.
L’esempio di “minorità” più prossimo è certamente il sacrificio di Cristo, che in questi giorni la liturgia ci fa rivivere.
La nostra comunità vivrà questi giorni nella basilica di S. Francesco insieme alla comunità dei frati del Sacro Convento e al nuovo Custode,fr. Mauro Gambetti.
Nel pomeriggio di mercoledì Santo ci siamo uniti alla comunità diocesana di Assisi, attorno al vescovo mons. Domenico Sorrentino, per la celebrazione in Cattedrale della Messa Crismale. Mentre giovedì pomeriggio ci ha visti partecipare nella basilica di S. Francesco alla Messa in Coena Domini presieduta dal padre Custode.
Alcuni di noi sono stati chiamati a far parte dei dodici ai quali il Custode ha lavato i piedi. Un gesto posto al centro dell’attenzione a motivo della particolarità della celebrazione del Santo Padre, che ha lavato i piedi a dodici ragazzi del carcere minorile di Roma.
Un gesto che dopo duemila anni fa riflettere: la grandezza di Dio che si china sulla piccolezza dell’uomo a compiere il gesto del servo. Un gesto oggi quanto mai profetico per la Chiesa e l’intera società, a partire dalla nostra piccola comunità francescana, perché richiama la logica del servizio e del dono.
Al termine della celebrazione del Giovedì Santo, l’Eucarestia è stata solennemente riposta sull’altare preparatoper l’occasione, dinanzi al quale i frati ed i pellegrini hanno reso onore al memoriale del dono di Cristo, in particolar modo durante il Venerdì Santo, quando Cristo dona se stesso sulla croce: è il sacrificio della Croce che svela il senso del sacrificio eucaristico.
In comunità abbiamo festeggiato questo mirabile dono continuando la festa della celebrazione eucaristica con la convivialità della cena. È stato il momento per ravvivare il ricordo del momento scelto da Cristo per donare stesso: lo stare insieme a tavola.
Il Venerdì Santo è iniziato con il canto delle lodi in basilica inferiore e l’accoglienza della tradizionale processione del Cristo morto.Il giorno è proseguito con la singolare riflessione dinanzi alla croce di Cristo e al dono del suo Corpo eucaristico: non il giorno del dolore ma dell’accoglienza piena del suo dono gratuito d’amore. È stata la solenne Azione Liturgica del pomeriggio a far rivivere il supremo momento dell’offerta di Cristo sulla croce.Nella serata ci siamo uniti alla popolazione di Assisi nella processione che ha accompagnato la statua di Maria Addolorata e del Figlio morto.
Il Sabato Santo la liturgia quasi tace, ma nel suo silenzio contiene la forza della vita nuova, perché c’è la consapevolezza che la morte non è l’atto definitivo. Come la comunità degli apostoli era riunita in preghiera, così la nostra comunità si è riunita per il canto delle lodi in basilica.
In comunità si percepisce un continuo lavorìo di preparazione, e a sera inoltrata ci siamo radunati in basilica per  vivere insieme la liturgia della grande notte, quella che illumina tutte le notti dell’uomo. È stato acceso il cero pasquale e si è cantato l’Alleluja; un canto che ha taciuto per quaranta giorni perché potesse esplodere nel petto di ogni persona, come quei germogli che sotto terra accumulano forza vitale perché poi alla luce del sole della primavera esplodano in tutta la loro bellezza, così il Cristo Risorto è esplosione di gioia per l’umanità.
Di ritorno dalla veglia della pasquale la comunità ha festeggiato con lo scambio degli auguri prima che il fisico cadesse nel sonno, seppur gioioso.
La celebrazione della Domenica di Pasqua, presieduta dal Legato pontificio, Card. Attilio Nicora, ci riunisce ancora insieme per gustare il dono sempre nuovo del Corpo e Sangue di Cristo, gioia che prosegue nel pranzo insieme alla comunità del Sacro Convento ma che “deve”manifestarsi anche sul volto di ognuno di noi, lieto e gioioso come frate Francesco chiedeva a tutti i suoi frati.

fr. Rocco Predoti

sabato 30 marzo 2013

Quaresima: storia della nostra salvezza


Ogni anno con il tempo della Quaresima il cristiano è invitato a compiere, o meglio a ripercorrere le grandi tappe della storia della propria salvezza, al fine di poter incontrare Dio e fare esperienza di concreta della sua grazia, che si manifesta pienamente nella Pasqua di Cristo Risorto.
Con lo stesso intento anche noi frati del Franciscanum abbiamo vissuto questo temo provvidenziale di grazia. Consapevoli, però, che l’iniziativa di tale esperienza rimane di Dio. È Lui che in questo tempo viene incontro a noi, alle nostre attese, ai nostri drammi, e con la sua parola annuncia ciò che ha compiuto e ancora vuole compiere di giorno in giorno per noi e per la nostra liberazione.
Le esperienze vissute in questa Quaresima 2013 ci hanno aiutato a scoprire di volta in volta il suo progetto di salvezza tracciato per ciascuno di noi. Si è trattato di un itinerario iniziato mercoledì, 13 febbraio, in Cattedrale con l’imposizione delle ceneri, e compiutosi sabato notte, 31 marzo, con l’annuncio della Pasqua.
In questo spazio di tempo diverse sono state le occasioni che ci hanno preparato all’incontro con Cristo Risorto. Certamente, in questo cammino non è mancato l’impegno personale e comunitario a una conversione del cuore e della mente, per amare e capire se stessi e gli altri come fa Dio. le “pratiche quaresimali” che la Chiesa propone sono quelle di sempre: preghiera, digiuno e carità, ma il modo di viverle e concretizzarle le rendono ogni volta nuove e ne arricchiscono il significato. Per noi frati, queste sono state la possibilità di vivere momenti particolarmente intensi come: la pratica della “Corda Pia”, ogni venerdì pomeriggio alla basilica di s. Francesco, con la quale abbiamo fatto memoria dell’evento delle stimmate nell’esperienza di s. Francesco. Sempre di venerdì la possibilità di partecipare alle varie “Via Crucis” preparate per le stradine di Assisi, assieme ai fedeli che di volta in volta si univano in processione per la preghiera. da non dimenticare le “Lectio divinae” guidate da persone esperte della Parola e che ci hanno aiutato a ritrovare il gusto di pregare con essa. Come anche l’incontro con fra Guglielmo Spirito che ci ha introdotto alla Quaresima e il ritiro spirituale comunitario con fra Gabriele Lupi. Altri eventi significativi sono stati il Capitolo della Custodia di Assisi e l’esperienza di servizio offerta nelle basiliche, coi pellegrini, durante i lavori capitolari: questi, anche se apparentemente “marginali”, sono stati in realtà provvidenziali perché ci hanno posto in un atteggiamento di docilità allo Spirito Santo.
Non da ultimo, dobbiamo ricordare gli esercizi spirituali, animati quest’anno da fra Giancarlo Corsini sul tema «Essere frati minori». Gli spunti di riflessione sono stati tanti e molto stimolanti: ci hanno permesso di riprendere il tema dell’anno formativo in corso dalla prospettiva esperienziale, con continui richiami alle situazioni di vita concreta e personale. Ebbene questi momenti, arricchiti dalle liturgie del Triduo della settimana Santa, sono stati tutti occasioni di grazia, che certamente hanno permesso a vivere con maggiore intensità la Quaresima di quest’anno.
Il grande racconto della storia della salvezza nella notte di Pasqua è anche il racconto delle nostre situazioni di vita, dove possiamo fare esperienza di salvezza e incontrare Cristo… dove? Quando? La veglia pasquale ci farà rispondere: in noi, ora e qui! Auguri felici di una santa e serena Pasqua dai frati del Franciscanum!
Per il Franciscanum
Fr. Giovanni M. Nappo



venerdì 14 dicembre 2012

L’eremo francescano come esperienza di fede


Ogni anno nel cammino formativo si fa un’esperienza spirituale più intensa del solito: l’eremo francescano. Esso appartiene al nostro carisma: lo stesso s. Francesco, infatti, si ritirava per periodi più o meno lunghi in luoghi di solitudine e di silenzio, per immergersi nel mistero di Dio. Francesco, il grande annunciatore del Vangelo, l’instancabile viaggiatore e predicatore della conversione all’amore del Padre, cercava e si riservava tempi di distacco per ascoltare, pregare e rispondere alla parola di Dio con la sua vita.
Anch’io ho fatto quest’esperienza nel piccolo santuario della Madonna dei Tre Fossi, sulle colline umbre. Sono stati cinque giorni intensi sia a livello spirituale che esistenziale, di fede e di fiducia vissuti nella presenza del Signore, nella solitudine e nel silenzio, insieme con tre fratelli, perché le vita contemplativa del francescano è sempre una vita di comunione concreta. Non si “esce” dal mondo, ma si “entra” nel mondo e nel suo mistero, attraverso un stare insieme davanti a Dio.
Il primo giorno è servito per una sistemazione semplice della casa e per mettersi d’accordo sui turni dei giorni seguenti. Fin dall’inizio si è deciso in maniera democratica… non da soli!
I giorni seguenti sono stati scanditi dalla preghiera liturgica, della celebrazione della Messa, dai pasti comuni e sobri, dalle preghiera personale, dalle passeggiate sulle colline immerse nel paesaggio meraviglioso dell‘Umbria. Tutto ha avuto un suo ritmo regolare, che ha favorito il cammino personale di fede con Dio. Non abbiamo fatto “esercizi spirituali” durante questo tempo, ma piuttosto un’esperienza forte con se stessi, con gli altri e con Dio. Ciascuno si trovava ad un certo punto del proprio cammino spirituale e, quindi, ha cercato di chiarire, di approfondire, di discernere, di meditare anche sulle difficoltà personali. Niente viene escluso da quest’esperienza, o meglio, tutto è compreso: le angosce, le gioie, i dubbi e le certezze. Tutto viene vissuto con maggiore intensità, ma nella fede. Non si va nella solitudine per staccarsi dalla vita e dai suoi problemi, non si cerca il silenzio per non ascoltare le inquietudini, non si medita per dimenticare la propria fragilità. Piuttosto, si percepisce tutto questo con i sensi aperti e il cuore pronto ad accogliere.
Oltre l’aspetto spirituale è stato importante anche quello umano. Nell’eremo si avverte la mancanza di stimoli esterni – fatta eccezione, naturalmente, delle voci dei fratelli e dei suoni della natura –; mancanza del sonno: son previste due alzate notturne per la preghiera e l’adorazione silenziosa; mancanza di cibo: abbiamo cucinato a turno, mangiando pasti sobrii, interrotti da un giorno di digiuno da dopo colazione fino a cena; mancanza di libri, di contatti mediatici (non c’è internet, facebook e altro); mancanza dell’ambiente familiare, mancanza di…
Eppure, questo è un tempo di grande ricchezza per colui che si lascia condurre dallo Spirito di Dio.
Si può trovare un contatto diretto con se stessi, perché le dispersioni non ci sono. Si impara a stare con sé, anche con la propria miseria. Si vive nella fiducia e nella fede semplice che Dio mi abbraccia con amore, che è veramente un Dio misericordioso. Si sta con Dio, che non è certo facile, perché è più semplice rimanere soli con sé, con le proprie preoccupazioni, i propri turbamenti e piaceri. Ma nell’eremo il Signore ti chiede se hai davvero fede in Lui, e non in un’immagine fabbricata dalle paure personali, ma un’immagine che Dio ha messo dentro di noi e che sono chiamato a scoprire: essere figlio/figlia di Lui.
Si impara a stare con i fratelli nelle cose quotidiane e banali. Si impara a vivere relazioni vere e autentiche con l’altro, a guardarlo non secondo gli schemi mentali condizionati dai soliti ritmi settimanali, ma con gli occhi della fede. Si tratta di una vera e propria sfida, perché nello spazio fisicamente limitato dell’eremo si vedono le imperfezioni, la mancanze, le debolezze dell’altro. Ma proprio qui giunge l’ora della fede, l’ora di vedere oltre ciò che manca per accogliere quel di più che c’è ma che è nascosto dal tram tram quotidiano dei giorni. I pochi momenti condivisi sono stati carichi di significato, di vita vissuta. Preparare i pasti (provando a fare un buon caffè!), lavare i piatti, fare le pulizie, scherzare, ascoltare, trovarsi in cappella per la preghiera, stare di notte davanti a Dio e per Dio: tutto è diventato un evento di comunione nella fede.
Infine, si è gustato la gioia di stare immersi nella natura, affinché possiamo entrare in comunione con lui anche per mezzo della creazione. Ciascuno ha potuto fare delle passeggiate sulle colline, contemplare la bellezza delle foglie con i colori dell’autunno, il fascino del paesaggio; ognuno di noi ha potuto ascoltare al silenzio che regna nella natura e rendere grazie per questo dono del Creatore.
Un ultimo aspetto che mi piace condividere ha un carattere più etico e caritativo. Nell’eremo si riscopre l’arte di amare e avere misericordia, con se stessi e con i fratelli. L’esperienza della solitudine, del silenzio e del nascondimento non è concepito per stare da soli e trattenere le cose e i doni ricevuti per sé, ma per condividere. La comunione con Dio, con me, con gli altri e con la natura provocano a uscire da sé, a credere che donando non si perde la vita, ma si riceve una qualità di vita “diversa”. E se proprio si perde qualcosa sono solo le paure e le resistenze personali!
Questa qualità “diversa” di vita che si può sperimentare non è fatta di grandi gesti, ma di segni piccoli e discreti: un sorriso; una parola di incoraggiamento; un servizio umile (non umiliante); un consiglio; una preghiera non solo per il vicino ma anche per quelli “lontani”: parenti, amici, persone senza speranza e senza fede; un atteggiamento di ascolto, non di pretesa né di giudizio. Insomma, gesti semplici, come può essere preparare un caffè con attenzione e amore dopo pranzo, ma che può diventare anche un’occasione di “contemplazione”, perché chi si emerge nella vita di Dio in Cristo è spinto a donare l’amore ricevuto. L’eremo diventa così anche una scuola di carità, una scuola per imparare a voler bene l’altro, senza interessi e gratuitamente.
Per questo l’esperienza dell’eremo francescano è una esperienza di fede, perché chiede capacità di ascolto e di stare davanti a Dio, il ché non è facile (come la preghiera e la contemplazione), chiede la capacità di stare da soli (una capacità che l’uomo contemporaneo ha perduto), chiede il gusto delle cose, della natura, del dono del fratello e dei beni della terra (e non un’ascesi spiritualistica e individualistica), chiede il desiderio di lasciarsi amare e amare senza ricompense, che è la mèta del cammino cristiano, specialmente per il consacrato.
Che cosa porto via dall’eremo nel cammino quotidiano della mia vocazione? Anzitutto, la consapevolezza che sono nelle mani di Dio come suo figlio e per questo libero ad amare.
A questo punto, forse non è proprio “francescano” citare una sorella carmelitana alla fine della mia testimonianza, ma Edith Stein, santa Teresa Benedetta dalla croce, sintetizza molto bene il mio vissuto quando scrive in una meditazione:
«Figlio di Dio significa mettersi nella mani di Dio, fare la volontà di Dio e non la propria, deporre nella mano di Dio tutte le preoccupazioni e le speranze, non stare più in pena per il proprio avvenire. Qui è il fondamento della libertà e della gioia dei figli di Dio posseduta da ben pochi» (E. Stein, Il mistero di Natale, in «Rivista di vita spirituale» 6/1987).
Per questo motivo auguro a tutti un Avvento ricco di attesa spirituale. La Luce della santa notte porti gioia e pace alle notti oscure della nostra vita.
 fra Frank-Ignazio

mercoledì 21 novembre 2012

La Liturgia, cammino per vivere la fede


Da qualche settimana è iniziato l’anno della fede indetto da Papa Benedetto XVI. In quest’anno siamo invitati a riscoprire il dono della fede che abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo. Con la passione, morte e risurrezione di Gesù noi tutti abbiamo ricevuto in dono una vita nuova. È questo il fondamento del nostro essere cristiani: Dio Padre ha così tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio. L’amore di Dio, Gesù ce lo trasmette in una maniera molto concreta perché dona la sua vita per noi. Morendo ha distrutto la nostra morte, e risorgendo ha ridato a noi la vita.
Questo evento, che ha cambiato una volta per sempre la storia dell’umanità, pur essendo un evento unico e irripetibile, segna ogni momento della nostra vita. Mediante il battesimo, gli uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo: con lui morti, sepolti e risuscitati, ricevono lo Spirito dei figli adottivi, «che ci fa esclamare: Abba, Padre» (Rm 8,15), e diventano quei veri adoratori che il Padre ricerca. Allo stesso modo, ogni volta che essi mangiano la cena del Signore, ne proclamano la morte fino a quando egli verrà.
La liturgia della Chiesa fa sì che il nostro credere non rimanga solo una serie di concetti da credere o un discorso da fare per difendere il proprio stile di vita. In ogni azione liturgica ci è concesso di entrare in un altra logica: la logica della festa, che va oltre il tempo e lo spazio dell’edificio nel quale ci troviamo fisicamente. I segni sensibili (parole e gesti) e gli elementi naturali (acqua, olio, profumo, luce, pane, vino ...) insieme all’incontro con le altre persone, ci portano a comprendere che l’evento di Gesù, nel quale noi crediamo, non coinvolge solo qualche aspetto della nostra vita. Attraverso i simboli (segni che veramente significano e rendono presente le realtà alle quali rimandano) noi viviamo la passione e risurrezione di Gesù «dal vivo», ci lasciamo colpire da quell’amore che si dona, e da questo momento pregustiamo la gloria che conosceremo in pienezza nella vita eterna.
In questo senso, la liturgia ci guida nel cammino verso un incontro sempre più profondo con il nostro Dio, cosicché il credo che professiamo non è una formula da recitare per esprimere l’adesione ad un gruppo, ma è anzitutto un dialogo di amore con il Dio che vogliamo conoscere come la ragione della nostra esistenza

fr. Christian A. Borg

martedì 6 novembre 2012

I nuovi fratelli, per un nuovo cammino. Inizia l'anno formativo 2012 - 2013


Ciao, carissimi! Mi chiamo fr.Martin, ho 26 anni e vengo dall’Austria. Ho conosciuto i frati presso la parrocchia dove ho vissuto fino all’entrata in convento. Per tanti anni ho vissuto nell’indifferenza. Poi, in un momento della mia vita, il Signore è riuscito a farsi ascoltare, a vincere la mia smania di egoismo e l’indifferenza in cui vivevo, mediante la confessione. Nel tempo seguente non sono più riuscito a smettere di pensare a lui, di pregarlo, a escluderlo dalla mia esistenza. Così ho iniziato a vivere una vita più consapevole, grazie alla preghiera e ai sacramenti. Preziosa è stata per me la mediazione dei frati: la loro presenza, la loro disponibilità ad ascoltarmi quando volevo parlare, condividere oppure quando ero triste e in difficoltà. I frati sono stati per me un’immagine di Gesù che mi ha accolto nelle sue braccia, nella sua Chiesa.
Malgrado ciò, il desiderio di donarmi al Signore non si è realizzato subito. Ma lui mi ha concesso il tempo necessario per riflettere, pregare, e affidarmi. Alla fine sono passati diversi anni, in cui lui stesso mi ha guidato nei miei passi spirituali. Ora sono convinto: il tempo è di Dio, e tutto è un progetto di grazia, per ognuno di noi.
Adesso mi trovo al Franciscanum. I miei superiori mi hanno mandato qui per proseguire gli studi teologici. E’ una bellissima esperienza vivere il tempo della formazione in questo luogo particolare, accanto al nostro padre san Francesco.
A tutti voi auguro di incontrare il Signore personalmente, soprattutto nei sacramenti. Vi faccio una proposta: rimaniamo uniti nella preghiera con Gesù Cristo.

 Sono fr. Rosario Maria, ho 28 anni e vengo da Marineo (PA). Questo è il quinto anno di un meraviglioso cammino alla sequela di Cristo, che dalla tristezza mi ha condotto alla gioia, dal buio alla luce. Gesù Cristo ha dato un senso alla mia vita, un senso che non avrei potuto trovare senza di Lui. Attraverso incontri “speciali” mi ha portato a fare della mia vita un dono a Dio e agli altri. E nel donare la mia vita a Dio e ai fratelli ho compreso che in realtà è Gesù che ha fatto a me il dono della sua vita. Desidero vivere non è una santità straordinaria ma la fedeltà a ciò che Gesù mi chiede ogni giorno: impegnarmi a fare grandi le piccole cose, a fidarmi di Lui, a lasciarlo agire nella mia vita, a far crescere in me il desiderio di incontrarlo. Tra le esperienze che hanno cambiato la mia vita, le più significative sono state: il corso di cresima a 24 anni, l’esperienza di animatore con i bambini, il servizio con i più poveri e gli ammalati. Sono tutte cose che abitano il mio cuore e, tra questi,  il desiderio, ancora poco ascoltato, di essere missionario.  L’invito che di Gesù nel Vangelo sento più forte è: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».  Che altro dirvi? … pregate per noi! Il Signore vi dia Pace.

Io sono fr. Luca, ho 24 anni e vengo dalle Marche. Il mio cammino vocazionale inizia nel 2007, dopo un  incontro con alcuni frati, avvenuto in circostanze assolutamente particolari, in un momento molto difficile della mia vita (ero molto lontano dalla Chiesa e da Dio): un incontro che oggi considero per fede come un dono straordinario che il Signore mi ha fatto e che mi ha cambiato la vita. A seguito di esso ho iniziato un percorso di direzione spirituale, che mi ha portato a fare la scelta di entrare in convento, cosa avvenuta nel settembre 2009 a Brescia. Dopo due anni di postulato ho deciso di continuare il mio cammino in noviziato, che ho compiuto ad Assisi presso la basilica di San Francesco. L’8 settembre di quest’anno ho fatto la professione temporanea e ora mi trovo qui al Franciscanum a compiere gli studi di filosofia e teologia, sforzandomi di seguire giorno dopo giorno il Signore Gesù Cristo, nella gioia e nelle difficoltà, confidando solamente nel suo amore gratuito e senza limiti

Sono fr. Innocenzo, ho 34 anni e vengo da Aprilia, provincia di Latina. Ho svolto per anni un’attività in proprio: in totale indipendenza, libero di gestire la mia vita come meglio credevo, lontano dalla Chiesa e con un’idea tutta personale di Dio. Grande artista della religione “fai-da-te” dove prendi tutto ciò che ti fa comodo per crearti una religione che assomiglia ad un quadro pieno di niente. Ma un giorno, in occasione della morte del Beato Giovanni Paolo II, qualcosa di inspiegabile mi portò a entrare in chiesa. Si combinarono, quasi miracolosamente, incontri ed eventi. Qualcosa stava cambiando; era l’immagine di Dio, il volto di Suo Figlio, l’Amore che ti fa esplodere l’anima. Qualcuno mi chiamava, non una voce, non un messaggio, non una visione ma una stretta al cuore che diceva “vieni, seguimi”.
Oggi sono qui, in una splendida fraternità, mi sento a casa. Servo il Signore come posso e ne assaporo la presenza nei gesti di ogni giorno e nelle persone che incontro, in tutti quei santi sconosciuti che fra gioie e dolori vivono la loro vita. Pace e bene a tutti voi!

Il Signore vi dia la pace! Mi chiamo fr. Frank-Ignazio Hebestreit e sono nato e cresciuto 30 anni fa nella Germania. Nel 2001, dopo il liceo, ho vissuto un forte momento di conversione personale verso Gesù Cristo, mosso da una ricerca intensa della verità e della vera pace del cuore mi sono dedicato allo lo studio della filosofia all’università cattolica di Eichstaett, accompagnato dei gesuiti. Verso la fine del dottorato in filosofia, nel 2008, ho trovato una risposta concreta al mio desiderio di vivere con assoluta autenticità la fede e il rapporto con Cristo. Nello spirito di San Francesco ho trovato tutta la libertà e l’armonia, la gioia di vivere e di dare la vita.
Mentre vivevo il postulato in Germania e poi a Brescia, questa intuizione e serenità sono cresciute al punto di considerare questa strada la “mia”, quella di Dio pensata per me. Nell’anno della grazia, durante il noviziato ad Assisi, presso la tomba del padre San Francesco, ho potuto sperimentare di vivere con Dio e insieme con i fratelli per la sua gloria. Così ho presi i voti con la professione semplice l’8 settembre 2012 nella basilica di s. Francesco d’Assisi, ad oggi mi trovo nella possibilità di poter esplorare la mia consacrazione al Signore al Franciscanum, la casa formativa dei frati minori conventuali ad Assisi.

domenica 26 agosto 2012

Un seme gettato nel deserto


Una presenza francescana significativa a Taranto

«Se il chicco di grano… muore, produce molto frutto» (Gv 12,24)

Taranto, quartiere Paolo VI: qui i frati minori conventuali della provincia religiosa di Puglia lavorano in una delle quattro parrocchie di questo quartiere nato negli ultimi cinquant’anni per accogliere le famiglie degli operai dell’ILVA. Il territorio offre veramente poco, la gente è isolata in palazzoni di cemento che sorgono tra ettari di terreni non utilizzati; spazi lasciati al declino ambientale, frutto di un abbandono desolante!

In questa vastissima zona, difficile, spesso pericolosa, la Chiesa diventa faro d’umanità e di speranza dove tanta è la paura, il rancore e la rabbia! Le persone sono ferite profondamente e sin da bambini l’unico linguaggio che si impara è quello della violenza e della prevaricazione: devi essere forte per non essere schiacciato, devi difenderti da tutti e non puoi fidarti di nessuno! 

Nel mese di luglio trascorso con i frati a Taranto, la sfida delle relazioni umane mi ha provocato nella ricerca dell’atteggiamento giusto da avere, della parola giusta da dire, della reazione più equilibrata davanti a certe dinamiche conflittuali… Che cosa fare in questa situazione? Come possono i frati, la Chiesa, testimoniare l’Amore di Cristo in questa “terra di missione”?

Poi ho trovato luce in una parola: “compassione”, vale a dire essere presente, stare accanto semplicemente… per sentire ciò che sente l’altro!

Sicuramente l’esperienza più significativa di questa permanenza a Taranto è stata “l’oratorio di strada” condivisa con un gruppo di animatori, in una delle zone più difficili del quartiere dove i bambini e i ragazzi crescono condividendo la strada con i cani randagi che popolano questo territorio.
Cresciuti troppo in fretta questi ragazzi hanno alle spalle famiglie fortemente disagiate, genitori in carcere o in comunità di recupero… Molti di loro hanno smesso di sognare perché troppo presto la loro vita è stata segnata dal dolore e dall’ingiustizia… a questo reagiscono con la violenza e con altrettanta ingiustizia!

Tuttavia quando i loro occhi incontrano sguardi che non vogliono giudicarli o offenderli tornano a ridere! I bambini si comportano come i grandi ma se dai loro un pallone, se li porti in spalla e li fai correre, allora tornano ad essere ciò che sono: semplicemente bambini! È importante riconoscere in essi il profondo bisogno di essere amati e di amare, di ricevere un abbraccio o una parola buona, di sentirsi importanti per qualcuno!

Guardando questa realtà, il timore che assale il cuore è quello che nasce dalla consapevolezza della difficoltà di un cambiamento vero, di una svolta radicale: i destini di questi giovani sembrano segnati da subito: non c’è altra possibilità se non la strada e quello a cui essa porta! Talvolta stando con loro si ha l’impressione di aver lavorato tanto inutilmente, i risultati positivi e i cambiamenti sembrano non arrivare mai, e così alla fine tanti, rassegnati, ammettono: «È tempo perso!» Quei bambini tornano a ridere per il tempo di un gioco e poi tornano a crescere tra risse, provocazioni, vendette…!»

Quanto è difficile questa missione… eppure quanto è stimolante! Ciò che ho provato a fare in questo mese è inserirmi in ciò che già i frati fanno ogni giorno. Qui la fraternità conventuale può veramente vivere lo stile francescano “allo stato puro”. Seppure in situazioni spesso scoraggianti e poco gratificanti, la comunità va avanti ricostruendo dove altri hanno distrutto, diventando strumenti di pace nella logica della gratuità, nell’ascolto costante e soprattutto nella presenza accogliente. Concretamente, si cerca di creare alleanze educative con le diverse agenzie presenti sul territorio, sviluppando progetti comuni (come il già citato “oratorio di strada”, l’“estate ragazzi”, scuola calcio, scuola di danza…). Già tanti sono stati i frutti, non ultimo la costruzione – finalmente! – di una chiesa dopo tanti anni in cui la comunità si è dovuta “arrangiare”.

Ci sono molte potenzialità nascoste dietro i volti di fratelli e sorelle che veramente potrebbero cambiare questo piccolo mondo! Tanti collaborano con la parrocchia e si danno da fare per costruire una “Paolo VI” migliore, mettendo a disposizione le proprie risorse e i propri talenti! Goccia dopo goccia la pietra si leviga e prende forma: questa presenza è un seme nel deserto che una volta cresciuto porta salvezza!

fra Vito Cosimo Manca

lunedì 20 agosto 2012

Giovani e vocazione


L’esperienza di un campo-scuola alla scoperta della propria vocazione

Un po’ di giorni fa ho preso parte ad un campo-scuola a Mormanno, un dolce paesino ai piedi del Pollino. Un gruppo di ragazzi pieni di vita riuniti dal Centro Vocazioni della diocesi di Cassano allo Jonio per vivere una settimana insieme e riflettere sulla propria vocazione. Bella sfida, direi, far riflettere questi ragazzi sulla propria vocazione; una sfida che gli ideatori e gli animatori hanno saputo cogliere e lanciare ai ragazzi stessi.

Parlando di vocazione si pensa subito alle varie scelte di vita religiosa e sacerdotale. La reazione immediata a quest’argomento è duplice: o lo si abbraccia o si prendono le distanze. Proprio come è accaduto a questi ragazzi quando hanno sentito parlare di vocazione. Molti di loro hanno affermato che diventare prete, frate, suora non era nei loro pensieri.

Per calarsi nel significato autentico della parola “Vocazione” sono stati guidati da Pinocchio & company. È stato un bel percorso alla scoperta di se stessi, e giorno dopo giorno li ho visti aprirsi sempre più alla comprensione della propria vocazione.

Naturalmente, non si è trattato di un intervento straordinario dello Spirito Santo disceso su ciascuno di loro, tuttavia questi ragazzini hanno preso pian piano coscienza di essere chiamati a diventare grandi. E grandi si diventa solo se felici, chiamati quindi alla felicità. Ecco la loro vocazione, la vocazione di tutti: essere felici!

Così ha sintetizzato il vescovo della diocesi mons. Nunzio Galantino incontrando questi ragazzi. Li ha incoraggiati a essere sempre speciali e felici, dando gusto a ciò che fanno ogni giorno e realizzandolo con coraggio.

Parole che si rivolgono non solo a loro ma a ognuno di noi, perché la nostra vocazione è la felicità ‘suprema’, la più bella: essere figli amati da Dio, il quale non smette mai di amarci. Per tale ragione non possiamo non dare gusto a quanto realizziamo, a quanto le nostre mani riescono ad operare; mani che possono creare cose grandi.

Guardando la spensieratezza di questi ragazzi, mi sono soffermato a riflettere sulle loro attese nei riguardi di noi educatori. Penso che si aspettino da noi qualcosa di ‘diverso’, qualcosa di migliore e dinanzi a quest’attesa mi son sentito ancora una volta frate di Francesco d’Assisi, mandato proprio da Assisi per raccontare la mia vita con Cristo anche con un semplice sorriso, un’ abbraccio, una chiacchierata. Al momento della partenza mi sono sentito come il pellegrino incontrato in questi giorni: libero e leggero, come ci voleva Francesco. Non sarò più accanto a questi ragazzi, non potrò osservare e guidare la loro crescita ma ho portato con me la gioia di essere stato per loro più che una guida un fratello: un semplice frate…..

fra Rocco Predoti